Il Natale di Josif Brodskij

Immagina, col fiammifero acceso, quella sera, la grotta,
e per sentire freddo ricorri alle fessure del piancito,
bastano le stoviglie per provare la fame,
quanto al deserto, è ovunque, in ogni dove.
 
Immagina, col fiammifero acceso, la grotta
a mezzanotte, il falò, silhouette di oggetti
e di animali, e, il viso nelle pieghe di un telo stazzonato,
anche Maria, Giuseppe e il Bimbo infagottato.
 
Immagina tre re, le carovane prossime alla grotta,
anzi tre raggi diretti su una stella,
cigolìo di carriaggi, sonagli tintinnanti
(quel bimbo non si è ancora guadagnato
 
rintocchi di campane nel turchino addensato).
Immagina che per la prima volta, di là dal buio
di uno spazio infinito, Dio ravvisi se stesso nel Figlio
fatto Uomo: un senzatetto in un altro negletto.

(Josif Brodskij)

È nato un bambino in una grotta. È Infagottato e stretto al seno di Maria, con Giuseppe che attesta la grandezza dell’evento della nascita. C’è un fiammifero nell’immaginazione del poeta che riproduce in miniatura quella luce di tanti secoli fa. Manca il freddo di quella sera, e per sentirlo invita a ricorrere alle fessure del pavimento. Per provare la fame, invece, basta osservare le pentole. Il deserto c’è, c’è sempre, ovunque, non è necessario immaginarlo.
Brodskij rivede la sacra scena della nascita di Cristo nella sua condizione esistenziale: gli basta un fiammifero per attualizzare il tempo e raffigurarlo in un nuovo inizio estraniante ed evocativo. La ‘ritrattazione’ della scena sta a significare una comparazione per verificare cose simili e dissimili che riguardano entrambi: Gesù e il poeta, in senso lato Gesù e l’uomo.
Scrive: «Quel bimbo non si è ancora guadagnato/ rintocchi di campane nel turchino addensato», vale a dire non si è ancora guadagnato la gloria che Egli stesso si darà con l’esemplarità della sua breve vita. Non una gloria per diritto divino, ma una gloria conquistata con i patimenti e le fatiche.
Il poeta inserisce i due versi citati, nell’ultimo della terza strofa e nel primo della quarta, in una parentesi tonda.
Perché ricorre al segno ortografico della parentesi?
La risposta va ricercata forse nell’intenzione del poeta di evidenziare il concetto della proposizione che dà sostanza al disegno divino: un inciso anche visivo che deve significare l’importanza dell’evento.
Perché disgiunge i due versi?
Forse ad intendere un’interruzione del tempo di narrazione e di contemplazione; una pausa che il lettore deve affrontare per comprendere bene ciò che viene detto, così come ha dovuto fare il poeta, per necessità di cristallizzazione di sacralità. Infine, scrive. «Immagina […] che Dio ravvisi se stesso nel Figlio/fatto Uomo: un senzatetto in un altro negletto». Dio che ravvisa sé stesso nel figlio trascurato, senza un tetto come tanti altri.
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Biografia di Josif Brodskij

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Nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel (1996), Wislawa Szymborska ha osservato che, tra tutti i poeti da lei conosciuti, soltanto Josif Brodskij non aveva nessun imbarazzo a dire di sé stesso: «Io sono un poeta», e non l’aveva avuto neanche in circostanze in cui quell’affermazione gli era costata cara. Nel 1964 un tribunale sovietico, che lo accusava di attività antipatriottiche (vagabondaggio, divulgazione di opere di autori proibiti, corruzione della gioventù), gli chiese quale fosse la sua professione, Brodskij rispose di essere un poeta. Il giudice allora gli chiese chi o che cosa gli dava l’autorità di definirsi tale. Brodskij rispose che l’autorità se l’era data da solo, e il giudice lo condannò come ‘parassita della società’.
Così il poeta russo pagò cara la sua auto legittimazione; chiunque abbia il coraggio di definirsi poeta deve essere pronto ad affrontarne le conseguenze. Sta scritto: non tenterai il signore Dio tuo. Ma anche la poesia è un dio ombroso, e quando è tentato, spesso scaglia il suo fulmine e fa seguire il tuono. Bisogna stare attenti ai poeti, a quelli che sono tali.
Si direbbe uno degli scandalosi processi che, durante il regime comunista sovietico, colpirono altri uomini di lettere russi, come Julij Daniel e Andrej Sinjavskij nel 1966 e Aleksandr Solženicyn nel 1974.
La singolarità di Brodskij, l’unicità del suo destino rispetto alla schiera di quelli che poi si sarebbero chiamati ‘dissidenti’, era di essere innocente poiché la sua poesia nulla aveva di esplicitamente sovversivo. Dopo una detenzione nell’ospedale psichiatrico del carcere, ebbe una condanna a cinque anni di lavori forzati. Quando un tiranno vuole che si cantino i suoi miti, parlare d’altro diventa rischioso: il crimine di Brodskij era quello di essere un poeta libero e vero, fuori dalle norme e dall’inquadramento della letteratura programmata e organizzata dal regime.
Nel 1972, grazie alla risonanza del suo caso, poté godere del beneficio dell’esilio e riparare in America, stabilendosi a New York.
Nel 1978 fu insignito del premio Nobel con la motivazione: «Per una produzione onnicomprensiva, intrisa di chiarezza di pensiero e intensità poetica». E qui in America gli venne assegnata una laurea honoris causa da Oxford, ed ebbe anche il titolo di Poeta laureato degli Stati Uniti d’America.
Il 28 gennaio 1996 muore per un attacco cardiaco nel suo appartamento di Broklyn.
L’unicità di Brodskij non sta soltanto nel suo destino rispetto a quello di tanti altri poeti liberi conterranei e contemporanei, ma anche nella direzione della sua poesia che si muove dal deserto culturale del suo ambiente d’origine alle fertili innovazioni linguistiche che riesce a coniugare. Tra l’altro nel periodo degli anni del cosiddetto periodo del disgelo la letteratura russa non brillava. C’erano, è vero, poeti della generazione prerivoluzionaria come Boris Pasternak e Anna Achmatova, ma erano emarginati e bistrattati dal regime, restavano fuori dalla portata di giovani come Brodskij. Dell’Achmatova il poeta diventò, quando ebbe modo di conoscerla, pupillo.
Esistono almeno tre direttrici nella poesia di Josif che riguardano essenzialmente il periodo precedente e un periodo anteriore al suo esilio che si possono riassumere entro una ideale ‘geografia poetica’, vale a dire Leningrado-San Pietroburgo, New York e Venezia. Quest’ultima città sarà oggetto di ripetuti ritorni, nonché di diverse poesie e di un libro di prose, uscito in italiano con il titolo Fondamenta degli incurabili.
Viaggio nello spazio, ma anche nel tempo, quello di Brodskij e della sua poesia, nella sua inesorabile mobilità che trasforma della vita ogni cosa. Lo spazio-tempo della poesia brodskiana traccia le coordinate geografiche dove si collocano le profondità metafisiche della sua visione, generando una fenomenologia di stati esistenziali. La poesia è per Brodskij un’arte di riferimenti, allusioni, paralleli linguistici o figurativi. Lega il tempo, o per meglio dire, la raffigurazione del tempo (elemento fondante di ogni sua poesia), ad un verso con una cesura forte e ben distinta. Lega la raffigurazione del tempo ad un luogo vicino al mare, ad un periodo sul finire dell’estate, all’antico scenario del mondo classico greco, di cui la lettura dei classici ha avuto un peso determinante nella sua poetica.
Questa in breve la sua vita, che secondo quanto espresse, durante la cerimonia di conferimento del premio Nobel, è identica a tante altre; mentre i dati veri vanno ricercati nei suoni, perché la biografia di un poeta è nelle sue vocali sibilanti, nella sua metrica, nelle rime e nelle metafore.

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