La morte del giglio

Eppure non conosco la tua voce.

Come posso raccogliere quando è inverno

dei fiori da portarti in omaggio.

Del pesco s’accendono i colori

tra i ritmi gitani della pioggia di Maggio,

e dei tuoi occhi castani, lo sguardo moresco,

porterò il ricordo di un giorno lontano,

guarda, dicevi, andiamo là fuori.

Respiravo delle nostre mani

gli odori e della pioggia tra i capelli

castani, più scuri del buio

che ti guardavo indicare

in quel sentiero lontano.

Ma non conosco la voce che io figuravo.

Sei il giglio che adesso

s’affaccia dal fosso,

è un pensiero sconnesso,

io non lo sopporto:

vita nemmeno caduta

ma è l’eterno sogno in un giaciglio,

di non esserci stato, lì dentro, sepolto.

A questo ripenso del tempo lontano,

alla morte del giglio

e ai tuoi occhi castani:

mai soli vedranno

quel che con te ho visto

assieme.

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