Dopo un anno di veglia

È passato un anno da quando scrissi il primo articolo : “Sopravviversi alle quattro del mattino”, che chi già ci segue da un po’ conoscerà, che chi non lo conosce, può trovare spulciando nelle viscere della pagina.

È passato un anno da quando scrissi il primo articolo, e sullo stesso treno, ancora non ho dimenticato quelle parole: “la propria originale discrepanza”, questo ancora penso e mi si rivela, in questo ricordo che affiora, la forza di quel pensiero.

Tenacemente e senza rumore quel pensiero ha issato barricate che solo ora io noto, capaci di resistere perfino al quel gorgo sordo di cemento e incoscienza: la città, che tutti vorrebbe consegnarci al conformismo, alla cocciutaggine, all’individualismo, all’indolenza, alle facili ebbrezze, all’apatia, alla cecità, alle mille brutture di questo tempo.

No.

La pazzia, l’ebrezza, la felicità, la tristezza devono poter essere conquistate.

Eppure io questo tempo lo amo, ma non idealmente, come un fanciullo o un poeta, ma visceralmente e carnalmente, come un uomo davanti a una donna: lo amo con gli orrori e le bellezze nascoste, lo amo con lo sfinimento dei nervi che pulsano e con il fuoco del sangue che scorre, con la frenesia dei respiri; al ritmo delle sue sistoli di sporco e le diastoli di purità.

Non posso dunque fare altro che cercare di placare questo eterno mal di testa, e ricadere fedele, come creatura infinitamente piccola, nel ventre del mondo e delle sue discrepanze.

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