Il battello ebbro

Il Battello ebbro è composto da A. Rimbaud (1854-18914) nel 1871, quasi contemporaneamente alla Lettera del veggente, che ne è l’indispensabile chiave di comprensione.

Il poeta rifiuta il valore usuale delle parole, nell’alchimia delle stesse vuole coniugare l’ignoto. L’Europa è una nera pozza, asfittica, non gli basta. Nega la realtà a portata di mano. L’altrove è la sua ricerca, il suo inferno. Vuole affermare un nuovo modo di essere nel mondo e nel tempo come soggetto delineando nuovi confini della soggettività. Il punto di partenza è Io è un altro, per arrivare all’ignoto mediante la sregolatezza di tutti i sensi. Cosa significa? E’ un tentativo, tramite la poesia, di trovare la via per l’ignoto, arricchendo all’infinito le possibili esperienze. Le visioni, le immagini, le esperienze altro non sono che l’ignoto. Veggente dunque per intrappolare l’ignoto e renderlo poetico in sostanza di poesia, verbo, carne. Rimbaud sceglie il battello come impersonificazione guidandolo lungo il percorso verso l’ignoto. Attraverso l’oceano incontaminato, simbolo di libertà e di movimento, evade dalla rassicurante realtà. Si lascia guidare dal fiume, e le acque puliscono il vomito, ossia i ricordi che sporcano l’anima del poeta. Fugge dal tempo del ricordo in un altro tempo (dimensione eterna, surreale) in cui il soggetto è appunto un altro.  Questa è la sua missione.

Il viaggio non ha un approdo, l’odissea del poeta-veggente prevede il ritorno a casa e si coniuga nel nulla, metafora dello sregolamento dei sensi a cui il poeta giunge per attingere l’assoluto. Abbandonarsi alle acque dell’oceano, se per un verso regala la libertà e la possibilità di conoscere l’ignoto, per altro causa la perdita del timone, costringendo il battello all’inevitabile drammatico naufragio.

Rimbaud rovescia il proprio astio velenoso verso tutto ciò che lo disgusta: borghesi, preti, burocrati; grettezza, luoghi comuni, con la sfrontatezza di un adolescente che non ha paura di dire e di procurare scandalo. Non si sottrae al ripugnante, ma se ne fa cantore, spesso con accostamenti geniali di bruttezza e bellezza, dilatando al massimo le possibilità convenzionali del linguaggio.

La bateau ivre è il poema degli inferni della realtà. Rimbaud è inferno di sé stesso: brucia sé stesso nelle fiamme della veggenza, superando i confini della memoria e della realtà, in una condizione di lucidità poetica non contaminata da solidi pregiudizi sociali e linguistici. Crea l’altro sé stesso, recidendo il filo dell‘Io che lo tiene immobile agli equilibri statici di una falsa realtà ascrivibile alla mediocrità e alla moralità graffiata dagli artigli delle convenienze, che come lamine di parole, lavorate a sbalzo, battute e ribattute  si modellano in incessanti desideri di insane passioni e sentimenti mutanti di infelicità. Vive la solitudine dell’esperienza poetica in solitudine, nelle sue immagini reali e irreali, nelle sue spudorate sensazioni di fanciullo e di adolescente, nel suo insaziabile desiderio di irrealtà, nel suo misticismo nell’inabissamento.

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