Il sole nelle sue oscure parvenze determina (nell’astrattezza) la luce degli abbagliamenti di Baker: una vita in poesia nel vento secco dei giorni. Sarner è il poeta che ne ha raccolto incubi, presagi e dannazioni.

Eric Sarner in Salto nel sole oscuro (trad. Eliza Macadan, Terra d’ulivi edizioni 2016) ha messo  in versi la  vita del trombettista e cantante statunitense di musica jazz Chet Baker (1929-1988), noto per il suo stile lirico e intimista e per essere stato tra i principali esponenti del genere conosciuto come cool jazz.

Il titolo della silloge rimanda al sole, che  è luce, ma quando è identificato con l’oscurità ossia con il buio sta a significare mistero, e il salto in esso è la precisa volontà di penetrare nell’assoluto, poiché in tal modo il buio è esso stesso materia necessaria di trasfigurazione dell’agire. L’animo viene placato allorquando il sentimento aderisce al dettaglio, scandagliando le forme inconsuete e inattese di originalità scritturale nell’antimonia del bene e del male e nell’ansia del godere e del soffrire. La poesia si attua con la lotta dello spirito attraverso la permanenza nei luoghi dell’inferno, dove il sentimento è gravido di trascendenza e nell’estensione di combattimento si converte in immagine poetica, che in un certo senso sublima il lavoro dell’artista. Un esempio: «L’umido non è più vecchio/del mio occhio/tentato sempre/di trarre fuori dal buio/all’oro/la presenza di un angelo/».

La poesia di Sarner contempla e scandaglia la vita artistica di Chet Baker, che alle disillusioni dell’esistenza contrappone la forza della musica, la sua musica che tramuta il silenzio in armonia: «Chet inchiodato allo strumento/sullo sgabello/senza forze/aspetta aspetta ancora/contrabasso pianoforte che aspettano/lui senza forze/di cosa c’è bisogno per far ritornare/la vita?». La musica è capace di sprigionare nella sua immediatezza sentimenti e passioni, risvegli dell’animo, primavere inconsuete. E ciò che non viene detto, o meglio rivelato, si rivela da sé, in «pura ultima spettrale emozione» nei luoghi di permanenza, di passaggio, di semplice convivenza. In quei luoghi, Baker acquisiva slancio spirituale, addomesticava le ansie, le frustrazioni, le incombenze della vita, sempre fedele in quel salto nel buio che è intraprendenza artistica e desiderio inappagabile di conoscenza delle cose inaccessibili e impenetrabili, fregandosene della rabbia senza ragione o motivo, masticando la sua gomma, fino a spaccarsi le ganasce. Il canto e la musica lo affrancavano dalle cose finite che non necessitavano di ulteriore attenzione, e per continuare a cantare masticava le sillabe e la nota.

Si susseguono con ritmo lento e intriso di voglia di vivere i passaggi poetici che delineano il carattere e le virtù di Baker, sottolineati da accogliente nostalgia e malinconia, tant’è che la lettura è spartito musicale che raccoglie in chiave minore gli accordi, i toni migranti verso altri lidi, altri confini, dove lui, il musicista, l’uomo si raccoglie per diventare egli stesso il Vuoto. Il Vuoto non è il Nulla, è il contenitore delle idee in nuce, in attesa di ricrearsi in una sorta di fiaba della vita che possa riempire e dare una spiegazione anche labile di un accadimento compromissorio, ineffabile, inatteso, ma anche una offerta di pura illusione alla ricerca affannosa di un’identificazione che possa lenire le tristi elemosine che la vita elargisce agli animi inquieti. Le cose non si possono afferrare o dire come di solito si vorrebbe; vi sono cose indicibili che si compiono in uno spazio di eterna incertezza, dove si generano avvii di astrazione ma anche frammenti di esistenza e realtà, di cui solo qualcuno giunge a una sua espressione artistica evocata dalla ricchezza della scrittura. Difatti, un’opera d’arte è buona, s’è nata da necessità (Rainer Maria Rilke).

Il salto è necessità di oltrepassare le minime quotidianità della vita per allargare la vista;  lo sguardo è il sogno di una ricerca obliqua per  tracciare le frammentarietà dell’esistenza; enigma che sostanzia la speranza con le architravi delle infinite voci dell’animo. Sarner con i suoi versi asettici e rispondenti al bisogno di una narrazione poetica originale che si svolge in sequenze di immagini ben costruite e suggestive, in aderenza al senso di concretezza delle cose, a volte pungenti e dolorose, ci propone un esempio di poesia che sa interpretare il proprio tempo, evidenziandone gli aspetti significativi senza fare ricorso a inutili moralismi e formalismi poetici che ne avrebbero deturpato la bellezza della singolarità espressiva.

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