Impossibile venire dopo Shakespeare

Il 23 aprile 1616 morì William Shakespeare. Le incertezze biografiche sono tante, alcune sono ormai accettate come ufficiali, come la sua data di nascita che si è voluto farla coincidere sia con il giorno della morte, sia con la celebrazione della festa di San Giorgio, patrono d’Inghilterra. La data del battesimo 26 aprile 1564 si conosce con precisione grazie al ritrovamento del registro battesimale della chiesa di Stratford.

Quest’anno si celebrano i quattrocento anni dalla sua scomparsa. Drammaturgo e poeta mise in scena tutte le tempeste del sentimento che affliggono l’uomo per tutta la sua esistenza. C’è una cosa che può riempire di orgoglio gli italiani: la singolare preferenza di William Shakespeare per l’ambientazione di molte  sue opere in Italia, ad esempio Venezia, Roma, Firenze, Messina.Le sue opere sono amate per le memorabili frasi dei personaggi, per le avvincenti storie d’amore, per gli intrighi che procedono a passo lento nella trama, per le storie senza tempo, per l’eterno desiderio di possesso.

Nella sua epoca di grande fermento intellettuale-umanistico, andava di moda  interrogarsi sul rapporto fra realtà e illusione. Nell’atto I, Scena I de Il mercante di Venezia  scrive: «Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte». Negli anni successivi all’ascesa al trono di Elisabetta I nel 1558, l’interesse dei giovani intellettuali inglesi per la letteratura italiana era notevole, in particolare modo per le opere ad esempio di Boccaccio, Boiardo, Ariosto, Tasso. Di tutti i poeti latini, il più popolare era Ovidio, le sue opere giunsero in Inghilterra tramite le loro traduzioni in italiano. Quando Shakespeare iniziò la sua carriera (1590), l’interesse degli inglesi per l’Italia in ambito teatrale era già radicato; le trame italiane ambientate nelle corti italiane, le storie di monache voluttuose, di cardinali intriganti, di donne sante in chiesa ma diavoli in casa, attraevano e influenzavano il teatro inglese. Tra l’altro le città italiane erano composte da stradine, piazze grandi e piccole, corti e palazzi in condivisione, dove la gente poteva vivere e interagire facilmente come su un palcoscenico di un teatro. L’Italia delle commedie affascinava poiché straripava di ogni cosa e le emozioni si mescolavano di storie drammatiche in ambienti contrastanti nei quali si forgiavano difetti e virtù.

Celebrare Shakespeare vuol dire raccontare molto di noi stessi, della nostra vita, delle nostre strane ambizioni, delle pungenti memorie, delle cose perdute, delle azioni di religiosità, delle complessità dei sentimenti, dell’odio, dell’amore, della lussuria, dell’ambizione, del potere. Vizi e debolezze che si scoprono facilmente, mentre le virtù tardano sempre a comparire. Tutte le verità si dimostrano e si sostengono, ma possono anche essere vinte e sopraffatte quando si mettono in atto azioni contrarie per dimostrarne la falsità; l’inutilità di comparire verità in un mondo che si regge sulle supposte verità comporta inevitabilmente dolore e morte: questa è la vera tragedia umana.

Shakespeare non è un filosofo, è un poeta che ha aperto il suo cuore, concependo la sua opera come un corpus poetico, in cui lo stile muta passando dai preziosismi eufuistici allo stile essenziale, folgorante. Allora ricordiamolo per la sua singolarità nella letteratura mondiale. Delle sue opere vogliamo prendere in considerazione i Sonetti, poiché ci è più convenevole trattare di poesia non per inutili dissertazioni, ma per avvicinarci allo sviluppo del verso shakespeariano che è in funzione della sensibilità del poeta, omettendo gli aspetti biografici, la datazione e altre cose, che hanno solo lo scopo di rendere la poetica un’attività alla stregua di un’indagine investigativa per non scoprire l’assassino. René Girad asserisce invece che Shakespeare nello scrivere le sue opere abbia usato eventi mimetici che riguardavano la propria vita.

Il poeta è l’uomo che parla agli uomini incastonando la sua vicenda in un contesto universale con la lingua che si addice alla poesia, senza rovistare troppo nel proprio cuore ma guardando ai cuori del mondo. Il verso è elaborato e vistoso con ripetizioni e assonanze, e l’ornamento per amor di ornamento è costante; vi è comunque il fascino delle parole e del pensiero. Oscar Wilde: «chi parla della “follia delle affezioni eccessive e mal poste” dimostra come sia incapace di interpretare il linguaggio e lo spirito di quelle grandi poesie, tanto intimamente connesse alla filosofia e all’arte del tempo loro. È indubbio che chi sia in preda a una passione assoluta mette a repentaglio la propria vita d’amante; eppure, è abbandonandosi alla passione che l’amante può trovare un suo tornaconto, come avvenne certamente a Shakespeare». I sonetti stanno a dimostrare con quale fervore intenso Shakespeare si votasse al culto della bellezza intellettuale, ragionando poeticamente su tutti i suoi aspetti che nel tempo mutano e assumono altre valenze in relazione con il sentimento dell’amore sempre esposto ai venti della ragione e del cuore, dei quali però il poeta sa riconoscerne gli aspetti devastanti e consolatori. Devastanti poiché il desiderio agisce così bene nel confondersi con la bellezza e l’amore, ignorando qualsivoglia seria motivazione di attenuazione del suo potere dirompente. Consolatori poiché alla fine rimane soltanto il ricordo della bellezza posseduta, seppure sciupata nel culmine del suo massimo splendore.

Shakespeare

I Sonetti vengono pubblicati  nel 1609, dall’editore Thomas Thorpe, il quale firma con W.H. (William Herbert?) la dedica del volume. La struttura è del tipo elisabettiano, vale a dire tre quartine a rima alternata e un distico finale a rima baciata. La raccolta conta 154 sonetti divisi in due parti: la prima parte (fino al sonetto 126) è dedicata ad un giovane di grandi virtù e di bell’aspetto; i restanti sono invece dedicati alla dama scura, una donna che incarna l’amore infedele e spesso crudele. Si riportano di seguito in forma semplificata la suddivisione dei sonetti proposta da Anna Luisa Zazo: 1-19 sonetti matrimoniali; 20-58 amore e poesia; 29-31 unità d’amore; 32-42 tormento d’amore; 43-48 assenza; 49-52 temuta perdita e viaggio; 53-55 celebrazione neoplatonica ed eternità poetica; 56-58 lontananza accettata; 59-75 il tempo; 76-86 il poeta rivale; 87-96 abbandono e ambiguità; 97-108 riconciliazione; 109-126 colpa e indegnità del poeta; 127-154 la dama scura. I temi trattati sono essenzialmente due: l’amore e il tempo: esposti  in verità intrecciate di immagini speculari delle miserie umane. Il modello è Petrarca, che a Shakespeare giunse attraverso i petrarchisti francesi e inglesi.  I sonetti non esprimono vicende bensì emozioni, dibattiti interiore, in un certo modo «assoluto», liberi da una realtà accidentale.

La poesia richiede la sincerità, così come la bellezza richiede assenza di artifici per essere tale. Qualche esempio:

È lascito di natura solo un prestito,

ch’essa liberamente offre a chi è generoso.

( 4, vv. 3-4)

Non ostinarti dunque: troppo preziosa è la tua beltà

per lasciarla morire e a eredità dei vermi.

(6, vv. 13-14)

Allora, pensando a te, temo per la tua bellezza,

ch’essa pure vada a estinguersi tra i rifiuti;

perché le cose dolci e belle immiseriscono

e muoiono, cedendo il passo ad altre.

(12, vv. 9-12)

Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo

e spesso il suo aureo volto è offuscato,

e ogni bellezza col tempo prede il suo fulgore,

sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura.

(18, vv. 5-8)

Il sonetto 20 qui ripreso annuncia quella ambivalente irrealtà del sentimento, di amore come astratta rappresentazione in cui la poesia è l’unica espressione dell’amore.

 Viso di donna, da Natura dipinto con la propria mano,

hai tu, signore-signora della mia passione;

un cuore gentile di donna, ma senza la scaltra

volubilità ch’è propria delle infide femmine;

Un occhio più raggiante del loro, meno perfido nel guardare,

che rende d’oro l’oggetto su cui si posa;

un uomo all’aspetto che domina ogni altro aspetto,

che ruba lo sguardo agli uomini e alle donne rapisce il cuore;

E per essere donna tu fosti dapprima creato,

finché Natura, plasmandoti, s’innamorò di te

e ti aggiunse un tocco che è la mia sconfitta,

qualcosa del tutto inutile al mio intento.

Ma poiché ti scelse per piacere alle donne,

mio sia il tuo amore, e a loro la fruizione.

 La donna è contrapposta come artificio all’arte d’amare dell’uomo. Egli è oggetto ideale d’amore, un uomo all’aspetto che domina ogni altro aspetto/, che ruba lo sguardo agli uomini e alle donne rapisce il cuore/. L’amore del poeta verso il giovane è tenuto in riserbo, come a volerlo proteggere da contaminazioni di pregiudizievoli sociali. Nonostante ciò Croce segnala che «Il bel giovane, atteggiato e trattato da Adone, divenne comunissimo nella lirica nostra secentesca e marinista, al apri dei sonetti d’amore per donne che avevano qualche caratteristica singolare, le chiome rosse o il colorito brunito, o perfino contraria o insolita bellezza, la statura troppo alta o troppo piccina».

Il tema della fine temporale di ogni cosa, della vita che passa e ingiallisce la pelle, non è mai scontato anzi è mantenuto da Shakespeare a un livello altissimo, dove non s’intravede il concetto di carpe diem di godere appunto del breve tempo concesso; si cristallizza l’idea dell’amore platonico, – Ma poiché ti scelse per piacere alle donne/,mio sia il tuo amore, e a loro la fruizione/ –,  il quale non può essere goduto fisicamente ma può dare in una “giusta o necessaria condizione di perversione” il piacere spirituale, quanto basta per alleviare il dolore del non possesso del corpo della bellezza. Amore platonico? Potrebbe esserlo, almeno nelle intenzioni di giustificare un amore generato da un desiderio indotto della Natura    finché Natura, plasmandoti, s’innamorò di te –.

Pare dunque che la Natura nelle sue imperfezioni riesca ad aggiustare i propri stati naturali di sentimento aggiungendo un piacere e sottraendo un dispiacere, in modo tale che la somma sia sempre uguale a zero, almeno nell’apparenza, poiché qualcosa di incompleto rimane sempre. L’incompletezza in questo caso è data dall’amore del poeta al suo giovane amato, evocato ed esaltato, seppure vi è la volontà del poeta di non apparire come un “io” in una prospettiva indefinibile.

Shakespeare con una strizzata di occhi scrive  – signore-signora della mia passione  come a ribadire che l’amato e l’andrògino, l’oggetto d’amore a cui tutti i sessi tendono al di là della differenziazione. Una malizia, un momento di tensione, una presenza, un’estate della bellezza che d’improvviso irrompe e mette disordine in un ordine precostituito, da giustificare e traslare in un umano sentimento universale, che non appartiene al poeta ma all’opera stessa, un qualcosa che prescinde dalla logicità di ciò che la Natura vorrebbe essere e che talvolta non lo è, nel gioco infinito delle architetture della vita che si confondono e si mescolano tra di esse per alimentare un sentimento estraneo alla normalità dei sentimenti, per giungere come un dardo a colpire l’ordine del cuore, causando scompiglio affinché essi siano sensibili ad una via di fuga riparatrice.

Shakespeare crea il poeta nella irrealtà degli eventi reali, lo plasma difatti a modo suo per contestualizzare l’irrealtà nella realtà per esaltare la vicenda della sua anima, tant’è che inventa un amore duplice, incarnato in due figure. Possiamo dire che è il solito dilemma amletico che si presenta:

Essere o non essere, questo è il problema. È forse più nobile soffrire, nell’intimo del proprio spirito, le pietre e i dardi scagliati dall’oltraggiosa fortuna o imbracciar le armi, invece, contro il mare delle afflizioni, e, combattendo contro di esse metter loro una fine?

La scelta per il poeta pare essere quella di combattere contro gli innumerevoli dolori dell’esistenza per farli cessare. Come? Non con le armi, ovviamente… ma con l’invenzione dell’irrealtà che trova giusta collocazione nella poesia. Questa sembra essere la soluzione giusta per continuare a vivere e scartare l’idea del sonno ristoratore che è la morte. In tal modo la viltà è annientata con la costruzione del linguaggio e il poeta può trarne sollievo e al contempo far vivere quel desiderio indotto che seppure lo consuma nella mente e nel cuore, lo ristora nei suoi meccanismi linguistici mutevoli. Mentre Amleto si finge pazzo per evitare che gli assassini del padre temano la sua vendetta, Shakespeare inventa la poesia per continuare nel dualismo di Essere o non essere, scegliendo così di non scegliere ma di inventare una terza soluzione che di fatto possa contenere tutto e ogni cosa, la poesia. Ecco perché nei sonetti è difficile cogliere il tutto, il tema non-tema, seppure il tema di fondo sia l’amore, poiché ogni dettaglio confluisce in un contesto più ampio. Si possono considerare un’opera conclusa, in cui le debolezze dell’uomo rafforzano la volontà della vita di esplicarsi in modo bizzarro e inconsueto, fuori dagli schemi, in assoluta libertà di distruggere destini di comodo e di sospetto per realizzarne altri più convenevoli all’agire della Natura, la quale conosce molto bene l’arte di fare e di disfare in ottemperanza alla sua indole di essere ciò che è, al di là di ogni tentativo filosofico e scientifico di svelarne le proprietà intrinseche della sua sostanza immateriale.

«Shakespeare si dedicava a tutti i piaceri, quasi a tutti gli eccessi. A queste cose sacrificò se stesso, il suo tempo prezioso, e molta della sua fortuna» così a qualche decennio dalla morte, lo storico e statista Edward Hyde, conte di Clarendon, lo ricordava. Il conte aveva forse visto bene, intravedendo nella sua intimità la presenza del doloroso inferno della lussuria, che spinge oltre ogni confine di espressione linguistica per attestare e confutare ciò che proviene direttamente dentro di sé stessi e dal di fuori, nel microcosmo del cosmo, dove la singola esperienza di vita ha un valore allorquando riesce ad emergere su tutte le altre, altrimenti è soltanto un dettaglio insignificante di un destino comune a tutti. Ecco perché è anche impossibile venire dopo Shakespeare. Harold Bloom: «Venire dopo Shakespeare che scrisse sia la miglior prosa sia la miglior poesia della tradizione occidentale, è un destino difficile, perché l’originalità diviene particolarmente ardua in tutto ciò che conta di più: la rappresentazione degli esseri umani, il ruolo della memoria nella conoscenza, la capacità della metafora di indicare nuove possibilità linguistiche».

La grandezza di Shakespeare va cercata nella sua insuperata abilità di esprimere il suo tempo, giungendo finanche a superarlo, di ribaltarlo, di farlo suo per quella sua abilità di giungere al centro del tempo, liberandolo da ogni sovrastruttura del presente per attualizzarlo sempre e comunque in un ipotesi di futuro esteso. Egli è lontano dai poeti che si limitano ad imitare la tradizione classica senza comprenderla e innovandola secondo il loro capriccio poetico. La sua genialità non ha paragoni, impressiona e scalfisce di dettagli la luce che illumina le vicende umane, ma soprattutto divide fra gli attori le giuste colpe senza mai farle prevalere su qualcuno in particolare, divide dunque e aggrega nella misura in cui la giustizia vorrebbe manifestarsi attraverso l’agire dell’uomo.

 

 

 

 

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