Para-noia

Il cielo scuro e denso

sopra Stühlinger incombe

come abbraccio a mano tesa

e le braccia, le dita

del cosmo cingono di rosso sangue

la mia carne tremante e giovane

di ricordi e nostalgie, e ferma.

Dolori della sola stagnante mattina

della cucina fredda

dello sragionamento curvo

delle parole dimentiche d’una logica

avversa e verso il tetro

silenzio accogliente nei recessi, negli anfratti

negli interstizi

dell’anima carnale che porto

avvinta al corpo

e invanisco nel cupo e morto

vocalizio ancestrale

e smuovo a fatica l’arenosa

pozza, lo stagno dell’acqua

primordiale, che nei secoli cinse

le interiora della storia, e uomo

dopo uomo alla morte ma prima

al mondo.

 

Voglio intraducibili ombre nei miei sillabari.

Voglio scatenare la furia di cento mila titani

sol col gesto racchiuso,

e poi schiudente e poi,

poi vocante e innalzantesi a

puntare il dito all’occhio

fratello, dinanzi all’occhio

che dice, all’occhio

cui dico: tu,

mio fratello.

Alla bocca fremente del destino

portati

gettati

in giù.

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