PERFETTI SCONOSCIUTI – PAOLO GENOVESE (2016)

ATTENZIONE: SPOILER.

Solitamente quelle (rare) volte in cui scrivo delle recensioni tendo ad essere un ‘recensore propositivo’, sin dalla scelta del titolo da recensire. Non mi piace insomma criticare negativamente, o addirittura distruggere un film; preferisco quasi sempre consigliarne o descriverne di belli, sostanzialmente perchè la trovo una cosa più utile – anche se, forse, più facile. Tuttavia questa volta ho deciso di fare un’eccezione per “Perfetti Sconosciuti”: non certo perchè sia un film di una bruttezza indicibile, ma piùttosto per il grande e – a mio parere, s’intende – immotivato successo di pubblico (più di 16 milioni di incasso al botteghino) e di critica che ha avuto, culminato con la vittoria del David di Donatello 2016 come Miglior Film.

La trama è facilmente riassumibile: sette amici di lunga data (tre coppie più uno) si riuniscono per una cena e, quasi per gioco, decidono di poggiare ciascuno il proprio smartphone sul tavolo. L’idea è ovviamente quella di rendere pubblici agli altri qualsiasi messaggio o telefonata che arrivi nel corso della serata, per provare che non si abbia nessuno scheletro dentro l’armadio. È chiaro che non è così. Uno dopo l’altro, infatti, gli amici mostrano di avere qualcosa da nascondere: il personaggio di Marco Giallini va in terapia ad insaputa della moglie analista (Kasia Smutniak); quest’ultima ha deciso di farsi un’operazione di accrescimento del seno, ed ha anche una relazione – questo però non verrà mai scoperto – col personaggio di Edoardo Leo, che a sua volta è da poco sposato con Bianca, il personaggio di Alba Rohrwacher, e ha anche messo incinta un’altra donna; Lele (Valerio Mastandrea), per non far scoprire alla moglie di ricevere immagini compromettenti da una giovane ragazza, decide di scambiare il cellulare con Peppe (Giuseppe Battiston), che però è gay, generando quindi un colossale equivoco. La moglie di Lele, dal canto suo, ha uno scambio di messaggi hot con un uomo conosciuto su Facebook che l’ha convinta ad andare alla cena senza mutande.

Questi e altri meno importanti segreti animano la vicenda, che si dipana abbastanza scorrevolmente grazie ad una regia attenta a donare a tutti il giusto spazio e a dosare i tempi; nonostante ciò, il primo vero problema è che non si è riusciti a donare quasi mai realismo alla sceneggiatura, forse un po’ esagerata già di suo: è mai possibile che in un gruppo di sole sette persone ci siano così tanti segreti, alcuni di essi davvero troppo simili tra loro per essere veri? È cinema, si dirà. E se è vero che a volte il cinema è più reale della realtà, o che addirittura a volta la realtà può stupire più di ogni fantasia umana, il gioco di colpi di scena in questo film non riesce  con la stessa naturalezza come ad esempio è riuscito – riprendendo un altro film che analizza il rapporto di coppia – al meraviglioso “Gone Girl” di David Fincher (recensito qui). Ma fosse solo questa la questione – peraltro molto opinabile – il film di Paolo Genovese non meriterebbe una grossa bocciatura.

Il motivo per cui invece a mio giudizio è un film nel complesso irricevibile è il finale: negli ultimi minuti infatti si scopre che tutto quello che è stato mostrato in precedenza non è avvenuto, e quindi tutte le coppie tornano serene a casa, proprio perchè di fatto non è successo nulla. Quando si tenta il finale ad effetto si dovrebbe essere consapevoli che questo possa o esaltare l’intero film, o affossarlo. La conclusione scelta dagli sceneggiatori del film rientra secondo chi scrive in questa seconda ipotesi, per due motivi. Innanzitutto, non c’è alcun espediente narrativo che giustifichi una scelta del genere: non un personaggio che sogni, non uno che stia raccontando quello che poi non avviene. L’unica cosa che può vagamente ricordarlo è l’anello che Alba Rohrwacher fa ruotare sul tavolo sulla scia della trottola nel finale di Inception – ma non mi pare che ci si trovi in un contesto fantascientifico. Il secondo motivo per cui giudico il finale di “Perfetti sconosciuti” totalmente sbagliato e quindi invalidante l’intero film è che lo trovo vile e disonesto nei confronti dello spettatore, oltre che poco in linea con le scelte fatte dai maestri delle commedie borghesi come Polanski e Altman (chiaramente un punto di partenza per questo film). Questi registi infatti non hanno mai ceduto alla tentazione del buon gusto: hanno sempre rappresentato la borghesia con toni veramente sprezzanti e sarcastici, dal primo all’ultimo minuto delle loro pellicole (si pensi a “Carnage” del polacco o a “Un Matrimonio’ dell’americano). Mai hanno avuto dei toni concilianti nei confronti dello spettatore; hanno sempre dotato le loro sceneggiature di una triste amarezza, in modo che potesse realmente colpire e segnare il pubblico.

Genovese e i suoi co-sceneggiatori invece non sono riusciti (o non hanno voluto, forse per la difficoltà a trovare un finale abbastanza forte e convincente per tutte le singole storie) ad andare così in fondo: hanno orchestrato sì una vicenda dai toni fortemente drammatici, ma poi hanno piazzato il classico ‘lieto’ fine di cui sembra che il cinema italiano non possa fare a meno. Una scelta che non può non cambiare radicalmente il giudizio sull’intero film, che a posteriori non sembra neanche così convincente nella sua parte iniziale. Quindi se l’operazione è sicuramente più felice – se non altro per gli altissimi modelli a cui rimanda – di tanti cinepanettoni che ormai quasi non incontrano più (e meno male) il favore del pubblico, allo stesso tempo è da rimensionare la sua portata artistica, consci purtroppo del fatto che anche questa volta all’estero si è fatto molto, molto, ma molto di meglio.

Cinema - Andrea Congedo , ,

Informazioni su Andrea Congedo

Cinefilo prima per necessità che per scelta. Iniziato da Quentin Tarantino, Stanley Kubrick e Sergio Leone, definitivamente conquistato da David Lynch. Sono su 'Le quattro del mattino' per ricordare (nel mio piccolo) alla gente che il Cinema è un'Arte; dovessi riuscirci anche con una sola persona, mi riterrei soddisfatto. Nel tempo libero studio Giurisprudenza.

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