Ritratto per G.

Respiro la voce

oltre le tue promesse

e schiavo e saggio

sono della mia tristezza

e della mia incredulità

quando penso nei giorni

sdrucite città e dimentico

storie che serbo nel cuore

mio nero cuore identico

al tuo quando il torpore

mi prende

egli batte in affanno

e più brucio e più si nasconde

e non mi vedo e non sembro

che un cencio di uomo

spaccato nel mezzo

da una realtà che non mi appartiene

se ti appartengo.

Non significare è la preghiera

che porto sepolto nel porto

di un viso che scava

e ferito mi fingo fuori

ti stringo, non tremo

muoio mi spengo nel luogo

del buio la tua voce sbiadisce

nel punto dove non vorrei fermo

nel punto dove farmi trovare

sempre da te e mai trovare

se non te, sovra te

vestito degli abiti dell’anima

cucito di tranelli

e alibi e sapore

e tenerezza veniente:

un dio troppo umano

che risponda al lapidario silenzio

di questa grave vita:

“alzati”,

(sono

stilla lucente dell’abbandono)

chiamami

(gli stracci posare al perdono)

alla giusta quiete

chiamami

col mio nome

chiamami

e sarò mio servo.

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